|
la Malvasia
Il nettare dei vulcani
Classificato come uno dei
più aromatici vini della Sicilia, di probabile importazione
greca secondo Diodoro Siculo, la sua origine, così come oggi
lo conosciamo derivato dalla coltivazione del vitigno
Malvasia, è estremamente incerta. Anche se la viticoltura era
praticata sulle isole almeno sin dal 500 a.C., in coincidenza
con un'epoca caratterizzata da un grande livello di civiltà,
l'evoluzione, da un vino semplice ed interamente fermentato,
allo "sciroppo di zolfo", definito nel 1890 da Guy de
Maupassant come vino dei vulcani, denso, zuccherato, dorato, è
stato un processo lento e determinato dalla difficoltà nei
trasferimenti delle merci e dall'esigenza isolana orientata
alla preparazione di prodotti con più alto valore aggiunto.
Nel corso dei secoli successivi, e principalmente in epoca di
dominazione romana, è naturale pensare che l'enologia si sia
sempre più specializzata nelle isole verso produzioni di vini
complessi e opportunamente concentrati, quindi adatti ad
essere diluiti con acqua, secondo i gusti alimentari
dell'epoca. Le pretese del potente impero romano sempre
crescenti, pianificando rigorosamente l’agricoltura,
incrementarono la produzione enologica delle isole a livelli
elevati ancora oggi difficilmente quantificabili, ma comunque
non inferiori ai 10.000 Hl. Le dolorose dominazioni succedute
alla caduta dell'impero romano e gli stermini delle
popolazioni conseguenti la dominazione musulmana legano a
questo periodo, secondo alcune leggende, l'origine del nome
Malvasia, anche se il vino con quelle caratteristiche era
sicuramente prodotto da secoli. Il contadino della leggenda,
Adimaro, che trasporta per affetto e devozione del vino dolce,
denso, profumato, scoperto, dall'ispezione del tiranno, con
atto di fede ottiene che si trasformi in succo di malva:
"Signore, fa che malva sia". È sintomatico come questo
prodotto, di cui era pericolosa anche la semplice detenzione,
svolgesse secondo l'immaginario popolare la funzione di
alimento gratificante e consolatorio, e perciò vietato dal
potere dominante.
La produzione agricola, e quella viticola in particolare, si
ridusse ulteriormente per tutti i lunghi secoli successivi,
parallelamente alla decadenza delle isole, mentre il loro
dominio cambiava da un padrone inetto all'altro, e sulle
popolazioni inermi si abbattevano lutti e deportazioni.
Nonostante ciò, nel 1596 Andrea Bacci descrive il vino
"sincero" prodotto sulle isole, paragonandolo al più noto
Mamertino.
La seconda metà del settecento vede l'inizio di floridi
commerci che culminano con uno sviluppo massiccio della
viticoltura, la produzione di rilievo di vini interamente
fermentati, l'incremento di produzione dell'uva passa. Il
comparto vitivinicolo nella prima metà dell'ottocento è
notevole a Salina, che diventa quasi un'isola monocolturale,
le esportazioni sono di circa 26.000 q.li all'anno, di cui
almeno 3.600 di vino Malvasia e 16.000 di uva passa.
L'euforia produttiva e di esportazione di vini dalle isole ed
in particolare da Salina per ironia della sorte viene
particolarmente incrementata proprio dalle prime avvisaglie
dell'invasione fillosserica, che, comparsa nel 1879 in Francia
e poi in Italia e in Sicilia, sembrava dovesse risparmiare le
isole, ma facendo lievitare i prezzi dei vini stimola le
attività agricole e commerciali, ma, purtroppo, nessuna
cautela nei produttori per contrastare l'imminente flagello.
Un decennio dopo, la distruzione quasi totale dei vigneti
anche nelle isole, e la conseguente emigrazione delle
popolazioni, faceva cadere nell'oblio anche il vino Malvasia.
Solo nella seconda metà del novecento, sotto la spinta e
grazie alla memoria storica della Cantina Sperimentale di
Milazzo, la ricostruzione dei vigneti prosegue con tenacia e
rigore scientifico voluta dai suoi illustri direttori, T.
Paulsen, G. Nicosia, e G. Bambara. Questi ultimi ne descrivono
nel 1958 la tecnologia di produzione, e G. Bambara prepara il
disciplinare di produzione per la Malvasia delle Lipari a
DOC, che diventa legge dello Stato il 20 settembre 1973.
|